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Giosuè Gianavello, il leone di Rorà

Colui che verrà soprannominato, con tono lievemente retorico, il leone di Rorà, è un contadino relativamente agiato, oriundo di Bobbio Pellice, che vive con la famiglia nel quartiere delle Vigne; in località oggi ancora detta la Gianavella.

Allo scatenarsi dell'azione militare del marchese Pianezza nella primavera del 1655 Gianavello si ritira sulle alture e, con soli sette uomini, riesce a respingere il primo attacco del marchese che con 500 uomini cercava di prendere a sorpresa il paese e che vi lascia 50 morti.

Il giorno successivo la colonna di 600 uomini, che risalendo la Coulëtta d'Casulê dalla val Pellice dovrebbe raggiungere il vallone di Rorà, è colta in imboscata dagli uommi di Gianavello (12 armati di fucili e pistole e 6 di sole fionde) e messa in fuga. Altri attacchi del 26 e 27 lungo la valle della Luserna sono bloccati nella regione di Chapèl; il conte Mario di Bagnolo precipita in un gorgo del fiume (il Toumpi Gratin) e muore alcuni giorni dopo. Organizzato un vero esercito e con manovra a tenaglia il Pianezza riesce il 4 maggio a conquistare la valle distruggendo le abitazioni e massacrando gli abitanti rifugiati verso Rumêr; i pochi che riescono a sottrarsi con la fuga cercano scampo in Francia.

Rientrato dopo una quindicina di giorni, Gianavello prende contatto con Bartolomeo Jahier, il capo banda che resiste nel vallone di Pramollo, e con lui organizza una guerriglia che tiene in scacco le truppe sabaude che si trovano costrette alla difensiva.
Conclusosi il conflitto armato con le Conferenze di Pinerolo e le Patenti di grazia del 1656, Gianavello ritrova la sua vita di montanaro, ma, nel deteriorarsi della situazione dovuta alle continue violazioni dell'accordo da parte dei Savoia, la mancata restituzione dei bambini rapiti, Gianavello riprende la lotta armata. Nuovamente messo al bando, condannato a morte «con tenaglie ed esposizione della testa», nel 1559 si mette a capo di vere e proprie bande armate che conducono una guerra partigiana contro le guarnigioni sabaude; dalla zona del Bric di Bandì compiono spedizioni nelle terre del piano; Luserna e Lusernetta sono messe a sacco. Contro Gianavello vengono inviate truppe sempre più numerose, Rorà, nuovamente assalita, viene distrutta.

Come tutte le guerriglie, anche quella di Gianavello si avvale del sostegno della popolazione che vede in lui il difensore dei suoi diritti, ma agli attacchi dei suoi uomini rispondono le truppe ducali con operazioni di rappresaglia, incendi, condanne e la situazione si aggroviglia senza soluzione in un succedersi di violenze. Dopo mesi di guerriglia la popolazione, desiderosa di una vita regolare, dà segni di stanchezza e in un'assemblea generale Gianavello e i suoi vengono sconfessati e invitati a ritirarsi. Momento sofferto, che mette fine alla sua resistenza ma anche alla sua ragion d'essere, che egli vive con grande dignità ritirandosi a Ginevra.

Qui trascorrerà 26 anni da esule seguendo, in città, le vicende della sua gente con grande partecipazione. E quando ormai vecchio sembrava aver chiuso la sua missione, torna sulla scena con un ruolo di primo piano, perché l'osteria che gestisce in città diventa, nel 1689, il centro organizzativo del rientro alle valli dei mille valdesi, conosciuto come il Glorioso Rimpatrio.

Per l'occasione egli redige per gli uomini della spedizione un manuale di poche pagine, in cui sintetizza la sua esperienza guerrigliero fornendo indicazioni molto precise sui luoghi, l'organizzazione delle truppe, le modalità di combattimento, il tutto alla luce di una profonda convinzione religiosa, nella consapevolezza di combattere una battaglia ideale per la libertà della religione.

Il manuale è considerato un classico nel suo genere e studiato nelle accademie militari come uno dei più antichi testi di guerra partigiana.